“Non siamo rimasti a guardare queste morti profondamente ingiuste”

I Corridoi Umanitari: Un varco nel Mediterraneo

Sant'Egidio

Un varco nel Mediterraneo

3 ottobre 2013: 386 persone, in maggioranza eritrei, annegano nel Mediterraneo a poche miglia da Lampedusa; un centinaio si salvano per l’intervento di alcuni pescatori siciliani.

18 aprile 2015: oltre 900 persone, imbarcate su un peschereccio egiziano, muoiono nel Canale di Sicilia nel più grave naufragio avvenuto nel Mediterraneo dopo la seconda guerra mondiale.

Le due sciagure mostrano il dramma dell’indifferenza e della chiusura dell’Europa, spaventata dalla crescita dell’afflusso di migranti in fuga dalla Siria, ma anche dalle altre guerre del Medio Oriente e dell’Africa. Si calcola che dal 1990 ad oggi siano morte o disperse nel Mediterraneo oltre 60mila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Non siamo rimasti a guardare queste morti profondamente ingiuste, ma abbiamo sognato di forzare l’inerzia e aprire una via legale e sicura. Lavorando sul piano giuridico, abbiamo trovato un varco nell’art. 25 del Regolamento (CE) n.810/2009 del 13 luglio 2009, che prevede la possibilità per gli Stati della UE di emettere visti umanitari a territorialità limitata, cioè validi per un singolo paese.

Il 15 dicembre 2015 la Comunità di Sant’Egidio, con le Chiese protestanti italiane e in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, ha firmato il protocollo per l’apertura dei primi corridoi umanitari: mille visti per altrettanti profughi siriani dai campi del Libano. A questa prima intesa è seguito un protocollo, sempre di Sant’Egidio con la Conferenza episcopale italiana, per 500 profughi dell’Africa subsahariana (eritrei, somali e sud-sudanesi) dai campi dell’Etiopia. Entrambi i protocolli sono stati successivamente rinnovati, mentre grazie a ulteriori accordi con le istituzioni sono stati aperti corridoi umanitari da Grecia, Cipro, Libia, Niger, Pakistan e Iran, a cui hanno partecipato anche
altre associazioni.

Ci dicono: i corridoi umanitari sono riusciti finora a portare in Europa solo un numero ridotto di profughi rispetto ai tanti che continuano ad arrivare con i barconi. Il motivo è presto detto: si tratta di un sistema totalmente autofinanziato dalla società civile. Se intervenissero entità statali o istituzioni si potrebbe salvare un numero molto più elevato di persone. Sono infatti un modello replicabile, tanto che sono stati già realizzati in Francia, Belgio e Andorra.

I principali obiettivi

  • evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo;
  • contrastare il micidiale business degli scafisti e dei trafficanti di uomini, donne e bambini;
  • concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad es. vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario, e successiva presentazione della domanda di asilo;
  • consentire di entrare in Italia in modo sicuro per tutti, anche di chi accoglie, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari  controlli da parte delle autorità italiane.

Le organizzazioni che hanno proposto il progetto allo Stato italiano si impegnano a fornire:

  • assistenza legale ai beneficiari dei visti nella presentazione della domanda di protezione internazionale;
  • ospitalità e accoglienza per un congruo periodo di tempo;
  • sostegno economico per il trasferimento in Italia;
  • sostegno nel percorso di integrazione nel nostro Paese.

La selezione e il rilascio dei “visti per motivi umanitari”


Le associazioni proponenti, attraverso contatti diretti nei paesi interessati dal progetto o segnalazioni fornite da attori locali (ONG, associazioni, organismi internazionali, chiese e organismi ecumenici, ecc.) predispongono una lista di potenziali beneficiari. Ogni segnalazione viene verificata prima dai responsabili delle associazioni, poi dalle autorità italiane. L’azione umanitaria è rivolta a tutte le persone indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica. Le liste dei potenziali beneficiari vengono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti per permetterne il controllo. I consolati italiani nei paesi interessati rilasciano infine dei “visti con validità territoriale limitata”, ai sensi dell’art. 25 del Regolamento europeo dei visti, che prevede per uno Stato membro la possibilità di emettere visti per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali.

Per questi motivi i corridoi umanitari si propongono come un modello replicabile negli Stati dell’area Schengen attuando una sinergia virtuosa tra istituzioni e società civile.

L’accoglienza e l’integrazione sono a carico delle organizzazioni promotrici

Una volta arrivati in Italia i profughi sono accolti dai promotori del progetto e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati in diverse case e strutture disseminate sul territorio nazionale, secondo il modello dell’“accoglienza diffusa”. Qui viene loro offerta un’integrazione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minori e altre iniziative.

I corridoi umanitari in cifre
dati aggiornati al 15 marzo 2023

I corridoi umanitari hanno permesso, dal febbraio 2016, a 6.018 persone di raggiungere l’Europa in sicurezza. I paesi di origine dei rifugiati più rappresentati sono Siria, Eritrea, Afghanistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Iraq, Yemen, Congo, Camerun.

L’Italia ha accolto 5248 persone dai seguenti Paesi:
– 2486 dal Libano
– 859 dall’Etiopia
– 350 dalla Grecia
– 501 dalla Libia
– 148 dal Niger
– 104 dalla Giordania
– 750 dall’Afghanistan
– 50 da Cipro

Altri paesi europei hanno accolto 770 persone:
Francia ha accolto 576 persone, tra cui 570 dal Libano, 6 dalla Grecia;
Belgio ha accolto 166 persone dal Libano;
Andorra ha accolto 16 persone dal Libano.

Inoltre, con un programma di ricollocamento, Germania e Svizzera hanno accolto rispettivamente 9 e 3 persone dalla Grecia.