Il Papa: “Nella Chiesa ciò che si testimonia è più importante di ciò che si predica”

Pellegrini italiani di Spoleto-Norcia, in occasione dell’anno giubilare

Vatican Media

Questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i pellegrini dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia e ha rivolto loro il discorso che pubblichiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle, fratellini, sorelline, tutti: benvenuti!

Vi do il benvenuto e vi ringrazio per essere venuti pellegrini a Roma nell’Anno giubilare che state vivendo per l’anniversario della dedicazione della Cattedrale di Santa MariaAssuntaa Spoleto.

So che la sua facciata, apparsa in televisione tante volte negli ultimi anni, è diventata familiare ad ogni italiano. Ma so soprattutto che è una chiesa molto bella. La bellezza attrae, e vorrei dirvi qualcosa proprio sulla bellezza. Perché comunicare la fede è anzitutto questione di bellezza. Ma la bellezza non si spiega, si mostra, si fa vedere; non si può convincere della bellezza, occorre testimoniarla. Perciò nella Chiesa ciò che si testimonia è più importante di ciò che si predica. E il vostro Duomo, con le sue magnifiche cappelle, custodisce storie di vita e di fede, racchiude santità e bellezza. È una testimonianza di storia, di vita, di bellezza, di santità.


Certo, è una bellezza che va cercata, che va portata alla luce, come fa un restauratore quando riscopre i colori di un affresco antico. Così è nella Chiesa, dove quello che non appare agli occhi è più prezioso di quello che si vede: la preghiera, la carità fatta di nascosto, la forza del perdono non vanno in prima pagina; così pure i sacrifici dei pastori, la vita di tanti “santi della porta accanto”, la testimonianza dei genitori, delle famiglie, degli anziani… Ecco, vi auguro di essere scopritori di bellezza, cercatori dei tesori della fede; di non fermarvi alla superficie delle cose, ma di vedere oltre, apprezzando e abbracciando il patrimonio di santità e servizio che è la ricchezza della Chiesa. E anche di accrescerlo, perché la fede non può rimanere un ricordo del passato, qualcosa di “museale”, no; ma rivive sempre nella gioia del Vangelo, nella comunità fatta di persone, nell’assemblea di quanti sperimentano la misericordia e si riconoscono per grazia fratelli e sorelle amati da Dio.

Cercare la bellezza è andare al cuore delle cose, non all’apparenza. Nella Chiesa non è più tempo di concentrarsi su aspetti secondari, aspetti esteriori; è tempo di guardare alla comunità delle origini e di focalizzarsi sulle vere priorità, che sono la preghiera, la carità e l’annuncio. So che vi state impegnando per dare vita a un’azione apostolica più genuina. Rinnovare la pastorale richiede scelte, e le scelte devono partire da ciò che più conta. Non abbiate paura di aggiornare le modalità dell’evangelizzazione, la catechesi, il ministero del parroco e il servizio degli operatori pastorali, per passare da una pastorale di conservazione, dove ci si aspetta che la gente venga, a una pastorale missionaria, dove ci si allena a dilatare il cuore all’annuncio, uscendo dalle “introversioni pastorali”. Quando il cuore non resta chiuso e triste a rimuginare le cose che non vanno, ma si apre, come avviene in un sacerdote che si spende per la sua gente, in una famiglia che genera vita, in un giovane che sceglie di non pensare solo a divertirsi ma di mettersi in gioco per Dio e per gli altri, allora il Vangelo passa in modo genuino, attraverso la bellezza della testimonianza. Ricordiamolo sempre: la testimonianza della vita comunica la bellezza della fede. La testimonianza della vita comunica la bellezza della fede. “Ma guarda, studia, quanto bella è la fede nostra …” – “Io non la capisco, non la vedo. Io la vedo nella testimonianza dei cristiani”. Se io mi dico cristiano e faccio testimonianza di non cristiano o di mondano, non serve a nulla. C’è la coerenza tra quello che credo e come vivo quello che credo: questa coerenza di vuole tanto.

Oltre alla bellezza, vorrei condividere con voi una seconda parola che credo vi riguardi in modo particolare. La parola è intercessione. Il vostro Duomo, dedicato alla Madre di Dio, ha la sua effige più rappresentativa nella “Santissima Icone”. Questa immagine raffigura la Vergine con le mani alzate, mentre intercede per noi: “intercessora”. Ed è “un’icona che parla”: infatti il suo cartiglio dà voce all’immagine. Lo fa attraverso un dialogo tra Gesù e sua Madre, un dialogo quasi drammatico, con Cristo che dice: «Che cosa chiedi, o Maria?», e Lei risponde: «La salvezza dei viventi». Lui ribatte: «Ma provocano a sdegno». E lei: «Compatiscili, Figlio mio». Lui: «Ma non si convertono!», e Lei: «E tu salvali per grazia». È con questa intercessione che la Madonna tocca il cuore del Figlio. E questa non è un’immagine poetica, è la verità. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi – diciamo nell’Ave Maria. E lei prega per noi. Noi le chiediamo di pregare per noi e lei lo fa, lei parla al Figlio. L’intercessione ha come una dimensione interessante, è portare gli altri davanti al Signore, lottare con Lui attraverso la preghiera, sapendo insistere, non solo e non tanto per i nostri amici e per le persone care, come si fa di solito, ma soprattutto per chi è lontano, per chi non è dei nostri, per chi ci critica, per chi non conosce l’amore di Dio. Una Chiesa che intercede, prega per gli altri, che porta il mondo al Signore senza diventare mondana, è una Chiesa sempre viva, sempre vivace, sempre bella. Quante volte, invece, serpeggia anche tra noi il virus della lamentela, perché “le cose che non vanno sono tante”, “i tempi passati erano migliori”, “il parroco di prima era più bravo”, e questa musica di lamentarsi. La lamentela è una cosa amara, brutta, sai? Ti sembra che sia una cosa dolce? No. Amareggia il cuore, la lamentela. E Santa Teresa, che era brava, sapeva condurre, diceva: «Guai a quelli che si lamentano e dicono: “Mi hanno fatto un’ingiustizia”». Guai. Perché i lamentativi sono come quelle donne che un tempo andavano a piangere alle onoranze funebri, davanti al morto. E piangevano, piangevano … il loro compito era lamentarsi e piangere. Brutto, brutto ufficio e brutta figura della persona che vive lamentandosi sempre. Il cristiano non può lasciarsi intrappolare nei lacci di questa mondanità stanca e snervante, ma è chiamato a riscoprire la bellezza che ha ricevuto per grazia e a intercedere, cioè ad attirare la bellezza sugli altri.

Cari fratelli e sorelle, questo giubileo vi aiuti a rinsaldare le radici, così che voi della valle spoletana e dei monti nursini, dalla vostra Basilica secolare, alla scuola di Maria e del vostro patrono il martire San Ponziano, possiate gioire per la bellezza dell’amore di Dio e dell’essere Chiesa, e sentirvi chiamati a intercedere. Questo vi auguro mentre di cuore vi benedico. E vi chiedo un favore: sostando nella Cattedrale di Spoleto presso la Santissima Icone, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.