Perché è importante il viaggio del Papa a Cipro e in Grecia

Una visita all’insegna dell’ecumenismo: tutte le tappe da seguire su Exaudi

Grecia
(C) Vatican Media

Il prossimo 15 maggio sarà un giorno importante per le statistiche della storia dei papi. Se Francesco, infatti, si imbarcherà su un aereo dopo quella data, diventerà il papa viaggiatore più anziano della storia. E gli annunci fatti da Francesco di recente, in varie occasioni, lasciano prevedere che questo avverrà, a dispetto di timori e preoccupazioni sulla salute di Bergoglio, sottoposto a luglio scorso ad un delicato intervento all’intestino. Il papa sta progettando viaggi, a suo dire, in Canada, Australia, Papa Nuova Guinea, Timor Est, Repubblica democratica del Congo e Ungheria. Se l’importanza di un viaggio papale dipendesse dalla distanza coperta, poco ci sarebbe da dire del prossimo, a Cipro e in Grecia, dal 2 al 6 dicembre. E invece anche un viaggio così breve può offrire molteplici motivi di interesse.

Exaudi aggiornerà i propri lettori con le ultime notizie come se fossero anche loro sul volo papale. E anche se il programma di dove andrà e cosa farà il papa è già definito fin nei minimi dettagli, la sorpresa – come ad ogni viaggio di Francesco – potrebbe esser sempre dietro l’angolo. Intanto le comunità cattoliche cipriota e greca, anche se piccole nei numeri, sono pronte ad accogliere con grande calore il Pontefice, che va a pascere quelle piccole greggi senza pensare a quanto piccole sono.

Francesco a Cipro, un paese diviso

Francesco decollerà da Roma per Larnaca, l’aeroporto internazionale di Cipro, alle 11 di giovedì 2 dicembre, per atterrare alle 15 ora locale, cioè +1 rispetto a Roma. E da lì di nuovo decollerà alla volta di Atene sabato 4 dicembre, alle 9.30.

Cipro è un paese di antica tradizione ortodossa, dove vive nondimeno anche una consistente minoranza islamica. La chiesa cattolica cipriota di rito latino è così piccola che invece che da un vescovo è guidata da un vicario del Patriarcato Latino di Gerusalemme, il francescano polacco padre Jerzy Kray, OFM. Oltre alla chiesa latina, c’è una piccola comunità maronita con a capo un arcivescovo, sua eccellenza Selim Jean Sfeir.

Papa Francesco incontrerà non appena atterrato i sacerdoti, i religiosi, i catechisti e i movimenti e le associazioni ecclesiali ciprioti nella chiesa maronita di Nostra Signora delle Grazie. Nella parrocchia latina della Santa Croce invece, la sera del 3 dicembre, celebrerà una preghiera ecumenica con le comunità immigrate.

Dei 30.000 circa cattolici ciprioti, pochi son quelli originari del luogo. Tra i maroniti ci sono molti libanesi arrivati a Cipro in tempi recenti, sospinti dalla crisi economica che sta attanagliando la loro patria. È molto probabile, a questo riguardo, che Francesco rivolgerà una parola di incoraggiamento a quel paese, distante da Cipro appena mezz’ora di aereo.

La comunità dei cattolici di rito latino, circa 25.000 fedeli, è composta invece in gran parte da filippini, indiani, srilankesi, polacchi e rumeni, accanto a qualche centinaio di africani e ad una piccola comunità ucraina di rito bizantino. Ma la più urgente sfida pastorale, ha spiegato ad Exaudi padre Kraj, non è solo l’unità tra fedeli e gruppi di così disparate provenienze. Nella parte nord dell’isola, territorio oggi dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord (riconosciuta solo dalla Turchia), nessun sacerdote cattolico risiede, nonostante parecchie centinaia di studenti cattolici, soprattutto dall’Africa, frequentino le università locali.

La divisione di Cipro in due parti risale al 1974, quando la Turchia invase ed occupò circa un terzo della superficie dell’isola. La capitale Nicosia ancora oggi è tagliata a metà da un muro che segna il confine tra Cipro e Cipro del Nord. Nella parte settentrionale, un annoso problema irrisolto è il deterioramento progressivo della grande eredità culturale cristiana di chiese, edifici di culto, cimiteri e opere d’arte che testimoniano la secolare storia cristiana di quei luoghi.

Francesco non varcherà la frontiera con Cipro del Nord. Tuttavia, il colloquio che avrà col presidente cipriota, Nicos Anastasiades, e il successivo incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico, difficilmente potranno aggirare questioni di bruciante attualità come queste, che portano con sé anche il delicato tema delle relazioni con un Paese così importante nello scacchiere mediorientale come la Turchia.

Alla messa allo stadio di Nicosia, venerdì 3 dicembre alle 10, è annunciata la significativa presenza di una rappresentanza ortodossa. Ma l’occasione di fare il punto sulle relazioni tra cattolici e ortodossi a Cipro sarà sicuramente la visita di Francesco all’arcivescovo ortodosso di Cipro Crysostomos II, seguito da un incontro col Santo Sinodo ortodosso cipriota.

Curiosamente, tra i 127 paesi visitati in 26 anni da san Giovanni Paolo II, Cipro non c’è. È stato Benedetto XVI, nel 2010, il primo papa ad atterrare a Cipro, con un viaggio che diede prova della buone relazioni tutt’ora esistenti tra Roma e la Chiesa ortodossa cipriota.

L’ecumenismo in Grecia, un cammino in salita

Era stato invece Wojtyla, nel 2001, dopo il grande anno santo del 2000, il primo papa a toccare il suolo della Grecia. E nella storia di quel lungo e scintillante pontificato, quel viaggio costituisce uno dei più difficili dei ben 104 compiuti fuori d’Italia. L’accoglienza al papa polacco ottantenne e dalla salute ormai malandata fu tutt’altro che cordiale. E ancora sono vive nella memoria di molti le scene delle chiassose proteste di piazza contro il suo arrivo.

Anche la Grecia è un paese a stragrande maggioranza ortodossa, con una piccola comunità cattolica composta anch’essa, in gran parte, di stranierei immigrati. Il clima delle relazioni ecumeniche non è più quello di venti anni fa, ma le difficoltà tutt’ora non mancano, ha raccontato ad Exaudi sua eccellenza Theodoros Kostidis, il gesuita nominato da Francesco giusto a luglio scorso arcivescovo di Atene.

In otto anni di pontificato, è noto che Francesco non ha risparmiato sforzi sul fronte scottante del dialogo ecumenico. E dei 34 viaggio all’estero compiuti ad oggi dal papa argentino, molti sono stati pensati e realizzati col principale intento di promuovere l’amicizia coi fratelli di altre chiese e comunità cristiane.


La lista inizia col viaggio in Svezia del 2016, per commemorare i 500 anni della riforma luterana. Nel 2018 poi Francesco visitò Ginevra, in Svizzera, per celebrare i 70 anni trascorsi dalla fondazione del Consiglio ecumenico delle chiese. E ancora, Bergoglio ha toccato gà non pochi paesi di tradizione ortodossa, come Georgia, Bulgaria, Macedonia del Nord e Romania. Né si possono dimenticare l’incontro col Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, organizzato a Cuba nel 2016, e prima ancora il viaggio del 2014 in Turchia, ad Istanbul, per fare visita al patriarca ecumenico Bartolomeo, suo grande amico.

La Chiesa cattolica intrattiene un dialogo teologico ‘multilaterale’ con le chiese ortodosse tramite una “Commissione mista internazionale per il dialogo teologico” in cui 14 diverse chiese ortodosse sono rappresentate, incluse Cipro e Grecia. Ma a parte il dialogo teologico sulle dottrine di fede professate e insegnate da cattolici e ortodossi, il clima delle relazioni intrattenute da Roma con ogni singola parte dell’Oriente ortodosso varia molto da paese a paese.

Ad Atene per papa Francesco non è stata prevista né preparata alcuna preghiera o celebrazione ecumenica. Francesco atterrerà in Grecia alle 11 di sabato 4 novembre, proveniente da Cipro. I primi impegni saranno gli incontri consueti di ogni viaggio con la presidente della Repubblica, Katerina Sakellaropoulou, il primo ministro Kyriakos Mitsotakis e poi le autorità, la società civile e gli ambasciatori. Poi, nel pomeriggio, visiterà l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos II. All’incontro a tu per tu tra papa e arcivescovo seguirà l’incontro ufficiale con i rispettivi seguiti, nella “Sala del Trono” dell’arcivescovado ortodosso ateniese.

Nemmeno a Giovanni Paolo II, 20 anni fa, fu consentito pregare insieme agli ortodossi. All’arrivo ad Atene, sulla pista dell’aeroporto, nessuno gli porse la ciotola di terra da baciare, come lui faceva ad ogni viaggio, chinandosi fino a terra finché vi riuscì. Eppure, Wojtyla non rinunciò a pronunciare uno storico “mea culpa” dei suoi, che fu molto utile ad ammorbidire molte ostilità degli ortodossi greci: il papa parlò di “profondo rincrescimento” per i fatti storici del 1204, quando i crociati assalirono Costantinopoli, capitale dell’impero bizantino, volgendosi contro i loro fratelli nella fede.

Otto secoli dopo, quella ferita sanguina ancora nell’anima greca. La chiesa ortodossa ellenica è una di quelle rimaste più indietro sul sentiero impervio dell’ecumenismo. L’arcivescovo cattolico di Atene, monsignor Kontidis, ha ammesso con Exaudi che “a livello di rapporti personali possiamo davvero essere amici, discutiamo liberamente, riconosciamo le ricchezze l’uno dell’altro. Ma se parliamo di ecumenismo a livello formale, ufficiale, niente si muove e le differenze sembrano ostacoli insormontabili. Nessun vescovo ortodosso rischierebbe delle fratture interne per creare legami più stretti con i cattolici”.

A Lesbo, sui passi dei disperati che l’Europa respinge

Non sarò facile per Francesco far ricredere molti ortodossi greci circa le loro idee poco benevole, verso i cattolici e il loro sommo pastore. Per la statistica, la Grecia sarà il 4 dicembre il primo paese del mondo ad essere visitato due volte da Francesco, anche se la prima volta lui non toccò la capitale Atene. Molti ricordano la visita del 16 aprile 2016 a Lesbo, l’isola del mare Egeo distante pochi chilometri dalle coste della Turchia.

Quel viaggio fu annunciato e organizzato nel giro di pochi giorni. Insieme al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e all’Arcivescovo di Atene e tutta la Grecia Ieronymos II, Francesco visitò il campo-profughi di Moria, distrutto un anno fa da un gigantesco incendio. L’isola di Lesbo è situata lungo la cosiddetta “rotta balcanica” che dal Medioriente conduce ai paesi dell’Europa centrale e del Nord. Da anni, a Lesbo, vivono in condizioni drammatiche migliaia di profughi e richiedenti asilo in fuga soprattutto dalla Siria e dall’Afghanistan, ma respinti dall’Europa.

Nel momento in cui anche altre frontiere del vecchio continente si chiudono per respingere indietro enormi masse di profughi disperati, è verosimile che nessuna delle parole che Francesco pronuncerà a Lesbo, in due ore di permanenza su quell’isola, la mattina di domenica 5 dicembre, passerà inosservata.

Il programma include infine una messa domenica pomeriggio nella “Megaron Concert Hall” di Atene, una visita di Ieronymos II al Papa nella nunziatura apostolica, poi lunedì 6 mattina un incontro coi giovani della Scuola San Dionigi delle suore orsoline e infine la partenza per Roma.

“Sono ancora vivo”

L’ultimo viaggio internazionale di Francesco, a settembre, lo aveva portato in Ungheria, per il Congresso eucaristico internazionale, e in Slovacchia. E prima dell’operazione chirurgica al colon, il 4 luglio scorso, tra 5 e 8 marzo Francesco aveva compiuto un rischioso e complicato viaggio in Iraq, senza farsi distogliere dai suoi intenti da preoccupazioni per la pandemia di covid e per la precaria sicurezza in quel paese. Tornando però a Roma, fu lui stesso ad ammettere, parlando ai giornalisti, che in quei giorni aveva avvertito più fatica del solito, e che dunque potrebbe in futuro aver bisogno di agende con impegni più diluiti nel tempo.

Eppure, anche in Ungheria e Slovacchia, col papa reduce da un’operazione chirurgica non semplice appena due mesi prima, il programma non fu meno intenso di altre volte. E il papa stesso, quando un confratello gesuita a Bratislava chiese notizie della sua salute, ha scherzato rispondendo “sono ancora vivo, nonostante alcuni mi volessero morto», e dissipando così le illazioni su una salute precaria del papa.

E se nonostante tutto i programmi dei suoi viaggi son così fitti, è Francesco evidentemente che li vuole così.

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