Presentazione della mostra fotografica “Women’s Cry”

Sono intervenuti: Dott. Paolo Ruffini, Dott.ssa Maria Lia Zervino e Dott.ssa Lia Giovanazzi Beltrami

Alle ore 11.00 di questa mattina, ha avuto luogo in diretta streaming dalla Sala Stampa della Santa Sede la Conferenza Stampa di presentazione della mostra fotografica “Women’s Cry”, che verrà ospitata nel mese di maggio nel colonnato di sinistra di Piazza San Pietro, in Vaticano.

Sono intervenuti: il Dott. Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede; la Dott.ssa Maria Lia Zervino, Presidente Generale dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche UMOFC-WUCWO; e la Dott.ssa Lia Giovanazzi Beltrami, regista, produttrice, art director, ideatrice e curatrice della mostra fotografica “Women’s Cry”.

Ne riportiamo di seguito gli interventi:

Intervento del Dott. Paolo Ruffini

Buon giorno, e grazie di essere qui.

La mostra che presentiamo oggi, con Lia Zervino e l’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, è essa stessa (come il suo titolo) un grido contro l’indifferenza.

Nasce da un’idea e con la direzione artistica di Lia e Marianna Beltrami, per l’Osservatorio Mondiale delle Donne – UMOFC WUCWO, con la collaborazione del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede.

L’agenzia HandShake, ne ha reso possibile la realizzazione.

La prima esposizione della mostra si terrà nel colonnato di sinistra di Piazza San Pietro. Da oggi (la inaugureremo tra poco) al 29 maggio.

Otto fotografe e fotografi di diverse parti del mondo. Ventisei scatti che ci dicono un solo messaggio. Riscopriamoci sorelle e fratelli tutti, parte di uno stesso destino.

Perché il Dicastero per la Comunicazione? Mi potreste domandare.

La risposta è nel dovere di ogni comunicatore di usare tutti i linguaggi per essere ascoltato.

Le foto a volte riescono a guardarci dentro, ad aprire a noi stessi gli occhi del nostro cuore, a trasformarci svelandoci il segreto del vedere oltre l’apparenza.

Il loro è un grido silenzioso che squarcia l’apatia. Che coglie la sofferenza, e la fa urlare. Che svela la bellezza. E la fa rinascere.

Sono testimonianza oculare di una sofferenza e di un riscatto possibile.

Il grido delle donne che esse ritraggono merita di essere ascoltato.

Ci chiede di guardare il mondo con i loro occhi. E di guardare anche dentro noi stessi.

Donne e uomini di comunicazione ci domandiamo tutti, spesso, come sia possibile non vedere; passare incuranti accanto alla bellezza, e accanto al dolore, senza esserne toccati; accanto alla verità e alla menzogna quasi senza più la capacità di distinguerle.

Eppure è la comunicazione che nutre i nostri pensieri, i nostri sguardi.

Per questo occorre trovare con creatività il modo di riprendere in mano il nostro destino. Il modo per ripetere e fare nostre, e non dimenticare queste parole della Fratelli tutti: «doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti».

Il modo per non rimuovere la consapevolezza – sono ancora parole del Papa nella Fratelli tutti – che “ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù. […]”. Che ancora “oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto. […]”.

Una strada diversa c’è, ci sarebbe. Ma ha bisogno di esser vista.

Come ha scritto Papa Francesco nel Messaggio nella Giornata mondiale per le Comunicazioni Sociali del 2020, noi siamo intessuti di ciò che vediamo, di ciò che ascoltiamo, di ciò che raccontiamo con le parole e con le immagini.

Ma corriamo anche il rischio di aver consumato e logorato tutto, parole e immagini.

Viviamo un paradosso. Sappiamo tutto, o quasi. E non sappiamo nulla. Vediamo tutto, o quasi. E non vediamo nulla.

Come ha scritto il Cardinale Martini nella sua Lettera pastorale Effatà di fronte alla nuova Babele del nostro tempo, ci troviamo a domandarci: è ancora possibile incontrarsi? Inserire in una civiltà confusa luoghi e modi di incontro autentico? È possibile comunicare oggi nella famiglia, nella società, nella Chiesa, nel rapporto interpersonale? Come essere presenti nel mondo dei mass-media senza essere travolti da fiumi di parole e da un mare di immagini? Come educarsi al comunicare autentico anche in una civiltà di massa e di comunicazioni di massa?

Le immagini che compongono la mostra “Il grido delle donne” hanno la forza, il potere di costringerci a fermarci, a vedere. Di stupirci e di imprimere un dinamismo. Non sono statiche. Non congelano l’istante. Reclamano un cambiamento, innanzitutto in chi le guarda. Mettono in moto qualcosa che non si ferma. E che è sicuramente diverso per ciascun visitatore, per ogni sguardo. Esse ci interrogano. Non offrono risposte. Ma ci mettono davanti alla nostra cecità. Lacerano la corazza di ipocrisia che ci avvolge. Ci lasciano senza parole, ma cambiati. Davvero fratelli e sorelle tutti. Capaci di vedere con il cuore.

“Guardare” – ripete il Papa – “non è solo vedere, è di più, comporta anche l’intenzione, la volontà. La compassione del patire con, del condividere. Per questo è uno dei verbi dell’amore”.

Questo ci insegna il grido delle donne. Saper vedere il bene, per farlo crescere. Saper vedere il male per non rimanerne prigionieri, per riscattarlo.

Mi è capitato altre volte di citare, a questo proposito, un passaggio bellissimo e struggente di Italo Calvino ne Le città invisibili. «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli lo spazio».

Questo compito tocca anche agli artisti e alla loro arte.

Ha scritto Asaf Ud Daula, uno dei fotografi che rende questa mostra unica: “Il mio scopo essenziale è catturare i momenti della vita e dare loro un significato rendendoli statici nel tempo. Una foto esiste indipendentemente dal tempo e dallo spazio; è immune al tempo che passa. Di conseguenza, una foto cattura la bellezza che si trova in un singolo momento e con essa ne cattura la meraviglia”.

E così anche Silvia Tenenti, che racconta: “Sono partita dalle difficoltà del vivere dal punto di vista ambientale e climatico per raccontare azioni di vita quotidiane. Protagonisti sono quindi luoghi e donne ai margini, che vivono nella depressione desertica della Dancalia etiopica, nell’inaccessibile isola di Socotra (Yemen), sui remoti altipiani della Mongolia occidentale, ai confini con la Siberia. Il mio è un messaggio per soffermarsi a riflettere sulla condizione femminile, sugli squilibri e sulle disgregazioni che anche nelle società del benessere diffuso e non solo in quelle estreme, rendono ancora difficile l’affermazione sociale delle donne».

Gli artisti sanno come rompere gli schemi, vincere gli stereotipi. La loro creatività ci scruta, sa come smuovere qualcosa nel profondo, dentro di noi. Dicendoci: ma tu cosa vedi, cosa vedi ora in questa foto, e cosa non vedi nella tua vita?

Queste foto ci mostrano un cammino, e con le parole di Papa Francesco ci domandano se stiamo camminando nella speranza o nella rassegnazione; ci mostrano la fragilità per chiederci di cosa ci prendiamo cura; ci mostrano le diversità religiose e culturali per chiedere a Dio di prepararci all’incontro con gli altri; ci commuovono con il miracolo della vita nascente per dirci che la vita sussiste dove c’è legame, comunione fratellanza.

Guardare queste foto – rileggere le frasi della Fratelli tutti che le accompagnano – ci aiuterà a riscoprire come siamo fragili, eppure grandi. Come siamo diversi, eppure uguali. Apparentemente lontani eppure uniti da un unico destino. Fratelli e sorelle tutti.

[00706-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Intervento della Dott.ssa Maria Lia Zervino

Forse si potrebbe dire che Gesù ha avuto una certa predilezione per le donne, non solo per sua Mamma, ma anche per la Samaritana, la peccatrice, la vedova di Naim, Maria Maddalena…. Allora, com’è possibile che tante donne nel mondo di oggi sperimentino che la Chiesa non le ama, non sta dalla loro parte come ha fatto Gesù?

Quel che è certo è che questa mostra, negli abbracci aperti del colonnato di Piazza San Pietro, è un segno di come la Chiesa oggi voglia abbracciare tutte le donne del mondo, credenti e non, e dare loro visibilità, per trasformare, migliorare la loro vita, quella delle loro famiglie, quella dei loro popoli.

L’Osservatorio Mondiale delle Donne dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (UWCWO) cerca di dare visibilità alle donne che, per molti, sono invisibili. E nella mostra “Women’s Cry” lo fa attraverso la bellezza, grazie a Lia e Marianna Beltrami e ad altri 8 artisti, i fotografi. La bellezza non bussa alla porta per entrare in noi, ma il suo messaggio irrompe direttamente quando è un’opera d’arte, come in questo caso.

Camminando insieme al Dicastero per la Comunicazione, abbiamo capito che queste 26 istantanee di donne, provenienti da diverse periferie del pianeta, con le loro azioni e la loro resilienza, mostrano, come in uno specchio, frasi di Fratelli tutti, di Papa Francesco. Quindi, magari “Women’s Cry” possa generare in ognuno di noi una sinergia trasformatrice, che abbia come orizzonte la fraternità umana.

Ringrazio la nostra partnership “Handshake”, senza il cui sostegno non avremmo potuto fare la mostra e anche tutti giornalisti partecipanti.

[00707-IT.01] [Testo originale: Italiano]


Intervento della Dott.ssa Lia Giovanazzi Beltrami

L’dea della mostra “Women’s Cry” nasce nell’ambito di “Emotions to Generate Change”, il luogo-non-luogo dove l’arte tocca le emozioni più profonde e porta a un cambiamento personale e sociale.

In un mondo segnato dalle divisioni profonde, l’arte può offrire uno spazio aperto, una casa comune dove fare sintesi, dove ritrovarsi come umanità unita e in armonia.

Parlando di donne, la frattura si fa ancora più profonda, ed è per questo che abbiamo affidato alla fotografia il compito di creare una nuova armonia.

Con l’Osservatorio Mondiale delle Donne, siamo partite per cercare gli scatti giusti, abbiamo incontrato molte delle donne ritratte e abbiamo provato a raccontare la loro storia, dall’Amazzonia al Bangladesh, dalla Turchia al Togo, dalla Grecia al confine ucraino.

Ogni inquadratura racconta sì un dramma, ma porta dentro una profonda speranza.

8 fotografe e fotografi hanno realizzato 26 scatti, dove ogni immagine ci porta in un mondo di donne forti e fragili, che portano pesi enormi, ma che ci raccontano la bellezza.

La mostra è frutto di un lungo viaggio nel mondo che Marianna e io abbiamo percorso per interpretare lo sguardo del Women’s Observatory e di Maria Lia Zervino.

Fondamentale il rapporto con il Dicastero per la Comunicazione, in particolare con il Prefetto Paolo Ruffini, perché questa non vuole essere una mostra “solo” artistica, ma vuole essere al servizio della comunicazione.

Il ringraziamento a Handshake, qui con la Presidente Petra Dizdar, non è formale: abbiamo camminato insieme nell’ultimo anno e mezzo, portando l’arte della fotografia e il messaggio profondo nel mondo. Come sentirete, continueremo a farlo insieme. Ringrazio anche la Provincia di Trento che ha donato tutti i supporti e ha fatto l’allestimento.

Ora vi presentiamo le fotografe e i fotografi, alcuni famosi nel mondo, altri viaggiatori dello spirito.

Avete visto senz’altro la grande foto sulle colonne di piazza San Pietro, le donne vietnamite che riparano le reti. È della coraggiosa fotografa turca Neșe Ari, che sarà con noi negli eventi della settimana prossima.

Il poster presenta il grido delle donne in Togo, di Sebastiano Rossitto. Dal Bangladesh Asaf Ud Daula, premiato da Forbes come miglior fotografo green al mondo (dopo essere stato scoperto per il padiglione Santa Sede a Milano Expo 2015). Luca Catalano Gonzaga, qui presente in sala, pluri premiato a livello mondiale. Vassilis Ikoutas, da Rodi che ci raggiungerà per il taglio del nastro. Ferran Paredes Rubio, direttore della fotografia catalano. Giuseppe Caridi, qui presente in sala, viaggiatore dello spirito, ha toccato quasi tutti i Paesi del mondo. Caterina Borgato, esploratrice, sempre attenta all’umanità e al mondo delle donne sconosciute, e la grande fotografa Silvia Tenenti. Le grafiche sono di Mauro Radici e la musica del video di Alberto Beltrami, sempre compagno di spedizione.

Ogni foto che vedrete racconta una storia profonda. Vedrete delle ragazzine che ballano in mezzo a una violenta favela del Brasile. Fanno parte dello spettacolo Laudato si’, Lo spazio della vita sulla terra. Saranno qui il 24 maggio, a ballare tra le foto della mostra, spiegando il progetto di riscatto. Porteranno al Papa il copricapo blu, che vedrete nella foto di Maria Ausiliadora, fatto dalle donne indigene dell’Amazzonia in ringraziamento per la sua vicinanza indispensabile alla sopravvivenza.

Perché l’arte diventa ancora più bella quando crea un impatto sociale, quando le emozioni generano il cambiamento.